Visione, spazio, materiali, metodo, paesaggio, pensiero educativo.
Rispetto, bellezza e cura.
Visione, spazio, materiali, metodo, paesaggio, pensiero educativo.
Rispetto, bellezza e cura.
Credo che l’infanzia non sia un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere. Per questo ho dato vita a questo spazio a Montegranaro: un luogo speciale dove l’immaginazione dei bambini e dei ragazzi incontra la materia, la natura, le storie e il digitale.
Cosa fa, esattamente, un’Atelierista?
Il mio ruolo non è insegnare "come si fa" o dire qual è il disegno giusto. Il mio compito è ascoltare, osservare e progettare la meraviglia. Preparo lo spazio, seleziono con cura i materiali e accompagno i bambini nell’esplorazione dei loro personali linguaggi espressivi, aiutandoli a trasformare l'immaginazione in progetti reali.
Qui l'errore non esiste: esiste solo la ricerca, lo stupore e il piacere di creare con le proprie mani. Vi aspetto in atelier per iniziare questo viaggio insieme!
Il mio nome è Giuseppina Cruciani.
Ho fatto l’Istituto d’Arte, mi sono laureata in Filosofia con indirizzo psicologico, e ho fatto un master di primo livello in Multimedia. Mi occupo da anni di immagini in movimento e visualizzazione, collaborando con studi di architettura in Italia e all’estero. Ho vissuto più di venti anni a Milano lavorando nella rappresentazione dell’architettura. Ho partecipato alla pubblicazione del PGT del comune, alla visualizzazione di palazzi come La Poste du Louvre a Parigi o master plan come l’area expo 2015 o il Quartier de l’Etang a Vernier in Svizzera, ospedali e carceri e studi sul territorio.
Con le immagini ed il movimento, racconto i progetti e spiego concetti come fasi, flussi e analisi su mappe.
Ho fatto esperienza d’aula all’Università degli studi di Macerta nei laboratori di Editoria Multimediale e poi alla scuola Arte&Messaggio di Milano, ad insegnare modellazione e visualizzazione 3d.
Nel tempo ho coltivato anche un altro modo di lavorare: più vicino alle mani, al gesto, alla materia semplice. Dipingo, strappo cartone e ci disegno sopra, ricamo, creo forme di carta pesta, faccio la coda e la criniera a un vecchio cavallo di legno. Leggo storie, ne scrivo, recito con mia figlia, raccolgo le sue frasi, i sogni e i fili.
Nel tempo ho partecipato a laboratori con i bambini in un nido autogestito nel quartiere Isola a Milano, e con le donne di San Vittore, dove ho insegnato a lavorare a maglia in un piccolo gruppo di ascolto e condivisione.
Nel tempo è nato il desiderio di creare uno spazio aperto, che oggi prende il nome di Atelier sulle colline: spazio di ricerca educativa, artistica e progettuale, un luogo dove bambini e ragazzi possano sviluppare strumenti per osservare il mondo e costruire un rapporto più consapevole con sé stessi, gli altri e l’ambiente.
Le colline non sono mai finite. Hanno pieghe, bordi, avvallamenti, sentieri che scompaiono e ricompaiono. Non sono una superficie liscia: invitano a guardare dietro la curva successiva. Una scenografica.
Una poesia. L’ha scritta Loris Malaguzzi — il pedagogista che negli anni Settanta ha trasformato Reggio Emilia in uno dei laboratori educativi più studiati al mondo. Si intitola Il bambino è fatto di cento, dice qualcosa di vero in un modo che la prosa non riuscirebbe a fare altrettanto bene.
Il bambino è fatto di cento. / Il bambino ha cento lingue / cento mani / cento pensieri / cento modi di pensare / di giocare e di parlare / cento sempre cento / modi di ascoltare / di stupire di amare.E poi, più avanti:
Ma gliene rubano novantanove. / La scuola e la cultura / gli separano la testa dal corpo. / Gli dicono: / di pensare senza mani / di fare senza testa / di ascoltare e di non parlare.Gli dicono insomma / che il cento non c’è. / Il bambino dice: / invece il cento c’è.Non è una critica. È una descrizione di un’abitudine culturale profonda, quella di semplificare il bambino, di ridurlo a un canale solo, di separare il pensiero dal corpo, la fantasia dalla ragione, il gioco dal lavoro. Come se fossero cose che non stanno insieme.
Malaguzzi lavorava dall’idea opposta. A Reggio Emilia, negli anni Settanta, ha costruito un sistema educativo che metteva al centro la pluralità dei linguaggi — visivo, corporeo, musicale, narrativo, plastico, digitale. L’atelier non era un’ora di attività creative aggiunta al programma: era il cuore del processo. Un luogo di ricerca, non di esecuzione.
Ha saputo dialogare con le istituzioni per inserire nelle scuole spazi permanenti dedicati all’esplorazione. Gli atelier di Reggio Emilia esistono ancora oggi e continuano a essere visitati e studiati da educatori di tutto il mondo, proprio perché mostrano cosa succede quando a un bambino viene dato davvero il permesso di usare tutte le sue cento lingue.
C’era anche un’idea precisa su come stare accanto ai bambini. Malaguzzi diceva che l’adulto non deve essere un angelo custode che corregge, né qualcuno che programma e detta. Deve trovare un altro modo di rapporto, uno che i bambini possano apprezzare e amare. E questo avviene, diceva, quando i bambini vedono che l’adulto accanto a loro non è quello che sa e prevede sempre tutto, ma qualcuno che sta ricercando insieme a loro. Una professionalità che non è mai compiuta, mai finita.
Questa è la postura che voglio portare nell’atelier. Non l’insegnante che ha già le risposte. La persona che osserva, che si stupisce, che sbaglia e ricomincia — accanto ai bambini, non sopra di loro.
C’è una cosa che i bambini fanno naturalmente, e che noi adulti abbiamo in gran parte dimenticato: guardare le cose come se fosse la prima volta.
Non è ingenuità. È una forma di intelligenza.
I bambini non conoscono il mondo per compartimenti, questa è arte, questo è scienza, questo è gioco, questo è studio. Conoscono per relazioni. Vedono connessioni dove noi vediamo categorie. Il loro pensiero è per natura metaforico: contiene creatività, analogie, paradosso. È un pensiero complesso, non semplice. E spesso la scuola — con tutto il rispetto e tutta la fatica che ci mette, tende a semplificarlo invece di abitarlo.
Una cosa che la neuroscienza ci conferma è che la mente è incorporata. I processi cognitivi non avvengono solo nella testa: sono intrecciati con il corpo, con i sensi, con il movimento. Quello che le mani toccano influenza quello che il cervello capisce. Passare da un linguaggio all’altro, dal verbale al visivo, dal tattile al narrativo, non è un esercizio decorativo. È il modo in cui si formano nuovi percorsi neurali. È il modo in cui si impara davvero.
La creatività, in questo senso, non è un talento che si ha o non si ha. È un metodo di osservazione. È la capacità di percepire le cose da angolature diverse, in modo non giudicante. Di raccogliere impressioni prima di dare nomi. Di mettere un oggetto in un contesto nuovo e chiedersi cosa diventa.
Jedediah Berry, in La canzone dei nomi esplora il potere attivo delle parole, il fatto che nominare qualcosa non è mai un atto neutro. Nominare fissa, definisce, chiude. E noi abbiamo un’abitudine fortissima di nominare i bambini: questo è creativo, questo è analitico, questo è timido, questo è vivace. Le etichette presidiano un confine che spesso non esiste davvero, o che esiste solo finché non viene messo in discussione.
Quello che vorrei fare nell’atelier è qualcosa di opposto: togliere le etichette per un po’. Guardare cosa succede quando a un bambino viene dato uno spazio senza definizione preventiva. Raccogliere impressioni invece di dare nomi. Osservare prima di concludere.
Einstein diceva che l’immaginazione è più importante della conoscenza. L’immaginazione ha bisogno di materiale. Di cose da toccare, storie da ascoltare, tempo per sbagliare e ricominciare. Non nasce dal nulla, nasce dall’esperienza accumulata lentamente, dai sensi, dalla relazione.
E poi c’è qualcosa che trovo bellissimo, e che la scienza ci conferma: ogni tipo di esperienza della bellezza, visiva, musicale, matematica, morale, attiva la stessa area del cervello. La stessa. La Pietà di Michelangelo e un’equazione elegante e la gioia improvvisa di un pomeriggio riuscito parlano alla medesima parte di noi. Questo mi dice che la bellezza non è un lusso aggiunto, un ornamento. È un orientamento. Un modo di stare nel mondo che si può coltivare, fin da piccoli, e che lascia tracce durature nel modo in cui poi si legge, si pensa, si sceglie.
I dati che abbiamo sulla relazione tra uso precoce dei social media e apprendimento sono scomodi. Non nel senso che ci sorprendono, nel senso che confermano quello che in molti già sentivamo, e ci obbligano a prenderlo sul serio.
Gli studenti che iniziano a usare i social prima dei dodici anni mostrano un calo misurabile nelle performance scolastiche rispetto a chi aspetta i quattordici. L’effetto è più marcato nei ragazzi, più esposti alla distrazione e alla riduzione della concentrazione. Ma le ragazze non ne sono immuni: tendono a usare i social per confrontarsi con gli altri, con effetti significativi sull’autostima e sul benessere psicologico.
Poi c’è un dato che trovo particolarmente rivelatore: la digitalizzazione precoce è più diffusa tra i bambini e i ragazzi che provengono da contesti socioeconomicamente e culturalmente svantaggiati. Quelli con meno supporto educativo passano più tempo online, senza una guida, senza mediazione. Non è solo un problema di schermo: è un problema di disuguaglianza. Chi ha meno accesso a esperienze ricche, un museo, un laboratorio, un adulto che legge insieme, un luogo dove fare cose con le mani, finisce per riempire quel vuoto con il feed.
E poi c’è qualcosa che spesso non viene detto: saper usare un telefonino non significa avere competenze digitali. Navigare, scrollare, reagire, sono gesti automatici, non pensiero. La vera alfabetizzazione digitale è un’altra cosa: è saper scegliere, distinguere, creare, fermarsi. È uno sguardo, non un’abilità tecnica.
Neil Gaiman, in Questa non è la mia faccia, scrive qualcosa che condivido: che leggere, e con leggere intende ogni forma di immaginazione attiva, è ciò che ci permette di uscire dalla nostra testa, di abitare altri punti di vista, e poi di tornare con la capacità di agire sul mondo. Non solo di subirlo.
Questa frase mi sembra la descrizione più precisa di quello che manca quando un bambino cresce senza spazio per immaginare. Non manca un’informazione. Manca la capacità di trasformare ciò che vive in qualcosa di proprio, in pensiero, in gesto, in racconto.
È da lì che nasce l’atelier.
Viviamo in quello che alcuni studiosi chiamano onlife — una condizione in cui il confine tra dentro e fuori lo schermo è sempre più sfrangiato, ibrido. I nostri figli non vivono una vita digitale e una vita analogica: vivono una vita sola, in cui le due cose si intrecciano continuamente. Negarlo non serve. Ma navigarlo consapevolmente, quello sì, è qualcosa che si può imparare.
Nell’atelier il digitale entra come linguaggio ulteriore, non come punto di partenza. Prima viene il gesto fisico: il segno sulla carta, la forma modellata, la parola scritta a mano, l’oggetto costruito. Poi, se e quando ha senso, quello che è nato dalla materia può proseguire, trasformarsi, prendere un’altra forma in ambiente digitale, un’animazione, una mappa, una composizione visiva, un piccolo mondo tridimensionale. E poi torna fuori. Finisce stampato, incollato, appeso, tenuto in mano.
Il digitale non è nemico. È uno strumento con una sua grammatica, e come tutti gli strumenti si impara a usarlo meglio quando si capisce cosa fa e cosa non fa, quando serve e quando no.
C’è una domanda che mi piace fare, e che insegneremo a fare anche ai bambini: quest’azione si ferma sullo schermo, o va oltre? Guardare un video finisce quando il video finisce. Costruire una storia, comporre un’immagine, editare un suono — sono atti che lasciano qualcosa, dentro e fuori. La differenza non è tra digitale e analogico: è tra consumare e creare.
Quello a cui tengo non è tanto l’alfabetizzazione tecnica — saper usare uno strumento. È l’alfabetizzazione dello sguardo: saper scegliere, saper distinguere, saper giudicare la qualità di un’immagine, il ritmo di una sequenza, la forza di un segno. Capire cosa rende un linguaggio visivo davvero espressivo. Questo non si impara davanti a uno schermo — si impara facendo cose, sbagliando, confrontandosi, guardando molto e a lungo.
C’è anche un aspetto che vale la pena nominare con chiarezza: il digitale è economia. Le piattaforme hanno l’obiettivo di tenerci incollati, di raccogliere dati, di analizzare comportamenti. Non è un giudizio morale — è semplicemente la struttura del sistema in cui viviamo. E parte dell’educazione digitale, per me, è proprio questa consapevolezza: sapere che dietro uno schermo c’è qualcuno che ha interesse a tenerci lì, e imparare a chiedersi — serve? è utile? cosa mi dà e cosa mi toglie? Allo schermo possiamo stare davanti, dentro, dietro e attorno. Possiamo guardarlo, abitarlo, costruirlo, smontarlo. L’obiettivo non è la distanza — è la libertà.